Rubrica alla Cattedra

Scuola, Crepet: “Disastro annunciato. Se Azzolina ascoltasse Vasco Rossi”

Le persone mediocri osservano, quelle intelligenti prevedono. È da qui che occorre partire per parlare di scuola all’epoca della pandemia. E se qualcuno mi fa notare che prevedere è difficile, rispondo: appunto per questo abbiamo bisogno di una classe dirigente che sappia avere una visione e non navighi a vista.

Tutti sapevano che cosa sarebbe successo a settembre, ma pochi hanno provato a prevedere, programmare, soprattutto sperimentare qualcosa di nuovo.

Come ci ha fatto notare Vasco Rossi con quella meravigliosa fotografia del ’59 dove si vedevano dei bambini che per andare a scuola si attaccavano a della carrucole per guadare il fiume Panaro oltre il quale li aspettava la maestra, l’istruzione, la formazione, l’educazione hanno sempre avuto bisogno di coraggio, ce lo ha insegnato don Milani.

Invece da decenni abbiamo guardato alla scuola come a un’agenzia desueta, quasi inutile se non come serbatoio di voti o capitolo di bilancio da ridurre ai minimi termini. Il dato di un progressivo passaggio dalla scuola pubblica a quella privata, accentuato quest’anno, si raffigura come uno scacco matto per le nostre migliori tradizioni pedagogiche.

La decadenza era iniziata anni fa con l’assalto di genitori in difesa dei propri pargoli scansafatiche e ignoranti capaci di accusare i pochi insegnati rimasti fedeli a un’idea di autorevolezza senza la quale non può nemmeno pensare di sedersi a una cattedra. Il risultato è stato inquietante: il 99% degli studenti promossi alla maturità, ovvero il fallimento tecnico della scuola.

Ma nemmeno questo ha turbato il Ministero di viale Trastevere. Ora la pandemia ha assestato un’ulteriore colpo alla credibilità dei nostri governanti, a tutti non solo al ministro competente. La scuola è il ponte per il futuro, ci ricorda Vasco, ma è crollato a suon di indifferenza, di malgoverno.

Dovrebbe preoccuparsene anche il ministro dell’economia visto che questo decadimento ha portato oltre un terzo delle aziende italiane in fase di passaggio generazionale a chiudere o a vendere per palese incapacità delle giovani generazioni a prendere il posto di comando. Nemmeno questo preoccupa?

Qualche ministro dell’istruzione fa osò immettere nella scuola d’infanzia il tablet al posto della plastilina o del disegno a mano libera: che orrore pedagogico indirizzare i nostri bambini verso la “demenza digitale”! Oggi siamo alla riapertura delle aule scolastiche con decine di migliaia di docenti assenti (soprattutto al Nord, ma anche questo era prevedibile: bastava contare quanti vengono dalle regioni del Sud), mancanza di banchi (si chiedeva troppo pensarci a maggio?).

Nessuno si preoccupa del diritto alla “continuità didattica” che è fondamentale a chi deve apprendere, ma la cosa più orrenda, il vero “crimine di pace”, è la mancanza, e il relativo senso di indifferenza, che viene dalle autorità scolastiche nei confronti di quei bambini e adolescenti che hanno perso il loro insegnante di sostegno (le statistiche dicono che sono oltre i 20.000): chi pagherà per la loro discriminazione, per la solitudine cui sono condannati da tanto cinismo? Il ministero, le autorità regionali?

La risposta la conosciamo già: nessuno. Scuola significa aiutare tutti a potersi scegliere un proprio futuro e quando una comunità non riesce a garantire nemmeno questo diritto universale significa che la civiltà è morente.

Smettiamola di fare il tiro a bersaglio con il ministro di turno, il problema riguarda tutti noi, magari ci fosse un unico responsabile. Tocca a noi cittadini dimostrare di avere capito gli errori del passato, almeno in questo la pandemia ci costringe a pensare diversamente. Educare significa far emergere il talento in ognuno, quindi permettergli di essere libero, ma credo che sia proprio questo che non piace a molti, meglio un popolo di sudditi ignoranti, che una comunità di liberi pensatori.

PAOLO CREPET PER HUFFINGTONPOST

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