Salute

Sindrome di Kawasaki nei bambini: è legata al coronavirus?

“La sindrome di Kawasaki la vediamo molto raramente, in Italia ci saranno 250 casi in un anno. Negli ultimi mesi sono stati segnalati casi piuttosto frequenti, a Bergamo ma anche in Liguria e Piemonte e in altre parti d’Italia, che hanno omogeneità sintomatologica.

SINDROME E CORONAVIRUS

Nei casi più gravi si tratta di vasculiti che vanno a occludere, ad alterare alcune arterie e tra queste quelle del cuore, le coronarie, avendo conseguenze molto serie. Non possiamo collegarlo direttamente al Coronavirus, si stanno raccogliendo dei dati, ma certo il fatto che si siano verificati così tanti casi in questo periodo fa pensare”. Così Giuseppe Mele, presidente della Società italiana medici pediatri, ospite del programma ‘L’imprenditore e gli altri’ su Radio Cusano Tv Italia.

IL PROBLEMA

Il problema, sottolinea Mele, “sarà sicuramente la gestione della fase due, quando i bambini rientreranno a scuola a settembre. Stiamo vedendo che certi disturbi dermatologici probabilmente sono da collegare al Covid 19, purtroppo però non siamo nelle condizioni di poter fare una diagnosi chiara e precisa perché non sono stati screenati i bambini. Noi diciamo: attenzione, perché molto spesso il Covid è asintomatico nei bambini e il problema è che siamo stati abituati fino ad ora a predisporre una cura centrata sulla persona”.

LA PANDEMIA

Ma in tempi di pandemia, “più che il paziente al centro delle attenzioni deve esserci la comunità, la collettività. C’è un’esigenza di fare diagnosi cliniche di Covid e devo avere a disposizioni tamponi o test sierologici seri che mi possano dire se c’è Covid o no, solo così si può arrestare la pandemia.

GLI ESPERTI

L’organizzazione della fase due deve essere centrata nella comunità. Gli studi fin qui prodotti dicono che dal 42 al 51% dei bimbi sono asintomatici, se così fosse capite che il rischio del contagio è altissimo. Prima di entrare a scuola a settembre bisogna fare tamponi e test sierologici”. Quanto ai vaccini, aggiunge Mele, “dopo l’acqua potabile è la scoperta più importante del mondo. Il vaccino anti influenzale deve essere esteso a tutta la popolazione pediatrica, perché intanto si allena il sistema immunitario e si tenta di preservare il bimbo dall’influenza e i sintomi ad essa collegati. Qui si parla di salute pubblica, non di una scelta individuale. Non si sceglie in queste occasioni”.

I RISCHI

Rischio focolai morbillo e pertosse? “Il problema del morbillo è serio. L’Oms ha indicato una soglia del 95-97% di vaccinazione, in alcune zone d’Italia non si arriva all’85%, questo vuol dire che in alcuni casi hanno avuto la meglio gli antivaccinisti”.

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